La Salle – Monserrato (Cagliari)

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Fratelli delle Scuole Cristiane
Scuola Primaria Paritaria
Casa del Fanciullo "E.Pintus"

 
 
 
 

San Martino

A cura del Prof. Fr. Giuseppe Eusepi

Quel piacevole periodo autunnale in cui, dopo i primi freddi si verificano condizioni climatiche di bel tempo e relativo tepore, che si chiama “Estate di S. Martino” ci ricorda anche un uno dei santi più venerati in occidente.
San Martino nacque nel 316 in Sibaria, città della Pannonia, l’odierna Ungheria, da genitori nobili ma pagani. Il padre, ufficiale dell’esercito romano, lo chiamò Martino, in onore di Marte, dio della guerra. Il destino del Santo era deciso fin dalla tenera età: avrebbe fatto carriera nell’esercito.
Ancor bambino si trasferì a Pavia, dove benché i suoi genitori fossero pagani venne istruito nella dottrina cristiana, ma non vienne battezzato. Giovanissimo si arruolò nella cavalleria imperiale prestando servizio in Gallia. Non ancora cristiano, però assisteva i tribolati nelle malattie, soccorreva gli sventurati, nutriva i bisognosi, vestiva i nudi. Umile e caritatevole, aveva per attendente uno schiavo, al quale però egli puliva i calzari e che trattava come fratello.
Ma ciò che ha reso famoso il nostro santo è l’episodio del mantello. Ad Amiens in Gallia, nel cuore del freddo inverno del 338, Martino incontrò sulla sua strada un povero che, seminudo nonostante il gelo, chiedeva l’elemosina. Egli, non avendo due mantelli, non ebbe un attimo di esitazione a tagliare in due con la spada il suo mantello, per darne metà al povero mendicante per scaldarsi. In sogno, poi, vide Gesù avvolto in quel mezzo mantello che gli sorrideva riconoscente.
Fu allora che decise di farsi battezzare. Terminato il periodo obbligatorio di servizio militare, lasciò l’esercito e si recò a Poitiers dal Vescovo Ilario, suo amico, da cui fu istruito, battezzato e in seguito ordinato sacerdote. Il santo vescovo gli diede l’approvazione per realizzare la sua vocazione e ritirarsi in un eremo a 8 chilometri dalla città, a Ligugé. Alcuni seguaci lo raggiunsero, formando così, sotto la sua direzione, la prima comunità monastica attestata in Francia. Qui trascorse 15 anni, approfondendo la Sacra Scrittura, facendo apostolato nelle campagne e seminando miracoli al suo passare. Quando il vescovo morì, contro la sua volontà, gli elettori riuniti a Tours, clero e fedeli, lo elessero vescovo nel 371.
Il nuovo Pastore non cambiò appunto tenore di vita, fu monaco e vescovo nello stesso tempo dividendo la giornata fra la contemplazione e l’impegno missionario. Sedò contese, stabilì la pace tra i popoli, fu il padre dei poveri, più che tutto zelantissimo nel dissipare ogni resto di idolatria dalla sua diocesi e dalle Gallie, formidabile lottatore contro chi si voleva intromettere nelle gestioni della Chiesa, instancabile missionario, grandissimo vescovo. Fu molto amato dai poveri, dalle persone infelici cui fu sempre vicino, ma meno amato fu invece dai nobili e da quei clericali che amando la tranquillità vedevano in lui troppa intransigenza nel richiedere una vita esemplare ed un’educazione perfetta ed adeguata al ministero. Un suo prete di nome Brizio, in particolare, lo calunniava senza scrupoli ed apertamente, ma lui non reagiva e si difendeva solo così: ” Cristo ha sopportato Giuda, perché io non dovrei sopportare Brizio?”
Martino aveva della sua missione di “pastore” un concetto assai diverso da molti vescovi del tempo, uomini spesso di abitudini cittadine e quindi poco conoscitori della campagna e dei suoi abitanti. Uomo di preghiera e di azione, Martino percorreva personalmente i distretti abitati dai servi agricoltori, dedicando particolare attenzione all’evangelizzazione delle campagne. Per san Martino, amico stretto dei poveri, la povertà non era un’ideologia, ma una realtà da vivere. Quando si sentiva ammalato e stremato di forze così pregava: “ Signore se sono ancora necessario al tuo popolo non mi rifiuto di soffrire. Altrimente venga la morte.”
Nell’anno 397 udì che a Candate (Candes-Saint-Martin) era sorto un grave scisma. Benchè ottantenne, si portò colà, convocò clero e popolo e ricompose gli animi nella pace. Ma stando per tornare alla sua sede, fu assalito da febbri mortali. Volle essere adagiato sulla nuda terra e cosparso di cenere, per morire, come sempre aveva vissuto, da penitente.
A imitazione di S. Martino, dobbiamo anche noi aprire il nostro cuore all’amore fraterno nella ferma convinzione che, rendendoci disponibili al nostro prossimo, facciamo spazio a Dio.

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